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Reportage
04 febbraio 2026 - Esteri - Groenlandia - Panorama |
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| Ghiaccio bollente |
Fausto Biloslavo NUUK - Le coste della Groenlandia, l’isola più grande al mondo, sono rocce nere coperte da neve e ghiaccio che sprofondano nel mare artico. A vederle dalla barchetta che naviga verso nord fanno impressione. E nascondono il vero tesoro del paese, regione super autonoma della Danimarca: terre rare (40 milioni di tonnellate), minerali preziosi come l’oro, gas e petrolio rispettivamente il 13% ed il 30% delle riserve mondiali. E l’uranio, un tabù per i nativi inuit, appena 56mila abitanti, legati ancestralmente alla natura estrema dell’isola dei ghiacci, che si sentono assediati dagli ex amici americani, ma pure da russi e cinesi. “La linea rossa è l’integrità territoriale, la nostra sovranità. Per il resto siamo disponibili a negoziare” spiega Naaja Nathanielsen, ministro delle Risorse minerarie e altri quattro dicasteri del governo di Nuuk, la capitale della Groenlandia. Giovane e decisa ringrazia “l’Italia per il forte sostegno di Giorgia Meloni. Penso che abbia aiutato la deescalation” della crisi paradossale con il presidente americano, Donald Trump contro l’Europa. Però siamo solo all’inizio e non alla fine del braccio di ferro con gli Usa. Le mire della Casa Bianca riguardano pure il forziere energetico e minerario della Groenlandia che vale, secondo le stime, 4400 miliardi di dollari, ma l’estrazione di petrolio e gas è sotto moratoria dal 2021 in nome dell’ambientalismo. “Al momento abbiamo una sola miniera produttiva nell’Est e stiamo aprendo un’altra d’oro a Sud. Gli ostacoli sono gli investimenti a lungo termine e le condizioni estreme. Reputiamo un successo se fra 5-10 anni saranno operative fra 3 e 5 miniere” sottolinea il ministro. La prima in funzione è la “Montagna bianca” sulla costa orientale in mano a Lumina, una multinazionale mineraria con partecipazione americana. I cinesi hanno tre licenze, ma al momento non sono attive. I russi sono bannati dopo l’invasione dell’Ucriana. Sul tavolo delle riunioni del Dipartimento di geologia di Nuuk è distesa una mappa della Groenlandia costellata di colori diversi, lungo le coste, che corrispondono al “tesoro”. “Quasi tutte le materie prime critiche elencate da Ue, Nato e Usa si trovano in Groenlandia. I giacimenti sono i secondi al mondo dopo quelli cinesi” conferma Romain Meyer, direttore del Dipartimento. Il geologo fa vedere una strana pietra con macchie giallognole, che in realtà è un minerale raro: “Siamo veramente ricchi di materie prime critiche, che servono per tutta la tecnologia elettronica” compresi i microchip che guidano i missili. Nel fiordo a due ore di navigazione da Nuuk si vede bene “il pezzo di ghiaccio che voglio comprare”, come ha detto Trump a Davos. Blocchi millenari, sentinelle bianche di un paesaggio desolato, estremo, ma affascinante. L’isola è ricoperta all’80% dalla calotta polare. Sotto il livello del mare, scuro, si annidano le minacce invisibili dei sottomarini nucleari russi e forse cinesi inseguiti da quelli a stelle e strisce. Un solitario peschereccio ricorda il principale sostentamento economico degli inuit. La Cina importa pesce dalla Groenlandia, a cominciare dai gamberetti, per oltre 350 milioni di dollari l’anno. Non a caso il villaggio di 45 anime dove attracchiamo si chiama Kapisillit, che significa “salmone”. Una chiesa, un solo negozio, casette rosse e basse. Ad un passo si tuffa nel mare un immacolato ghiacciaio. “Non mi farò comprare da Trump. Vivo da oltre 70 anni tranquillo e sereno su questa terra che amiamo. Tutto deve restare invariato” sostiene Kaaleraq, uno dei pochi inuit in giro. Gli americani hanno una base nel fiordo di Thule chiamata Pituffik con appena 250 uomini dell’ 821ima unità della Forza spaziale, che ha il compito di allerta precoce su eventuali missili balistici in arrivo sulla traiettoria più breve dall’Europa e dall’Asia per colpire gli Stati Uniti. Trump vuole costruire un gigantesco scudo, il Golden dome, copiandolo da quello israeliano. Il costo iniziale di 175 miliardi di dollari rischia di schizzare ad oltre 800. Lo “scudo dorato” si appoggia su un reticolo di basi, che potrebbero venire riattivate secondo un accordo di difesa con la Danimarca del 1951. Ai tempi della guerra fredda c’erano 17 basi Usa e 10mila uomini. “Si sta facendo strada nelle forze armate americane l’idea che invadere la Groenlandia sarebbe giustificabile per la sicurezza nazionale e gli interessi economici” rivela a Panorama un alto ufficiale Nato, che conosce bene gli Stati Uniti. Il capo di stato maggiore danese, generale Peter Boysen, è sbarcato sull’isola con meno di mille uomini di rinforzo compresi i 400 a bordo di due navi da guerra ormeggiate nel porto di Nuuk. Fra i ghiacci si tengono pronti i corpi speciali come la Sirius Dog Sled Patrol, unità d’élite che pattuglia le aree più remote dell’isola con le slitte. Dall’8 gennaio il Comando artico a Nuuk ha ricevuto l’ordine di aprire il fuoco contro qualsiasi minaccia esterna. L’aspetto tragicomico, rivelato da una fonte con le stellette di Panorama, è che durante la crisi “gli ufficiali della Nato si sono riuniti in teleconferenza dai singoli paesi per l’esercitazione Resistenza artica”, che doveva mostrare i muscoli a Washington. “Il comandante incaricato dell’Alleanza è il vice ammiraglio americano Doug Perry, che era collegato da Norfolk, in Virginia”spiega la fonte. A Nuuk, 20 mila abitanti, dove il sole sorge alle 10 e mezzo del mattino e le temperature scendono a - 20, la gente fa scorte. Per la prima volta il governo locale ha pubblicato in rete un manuale di sopravvivenza con le indicazioni su viveri, medicinali e ripari in caso di emergenza indicando anche il rischio “di crisi internazionale”. Sara Magnussen ha comprato “batterie, candele, fornelletto con il gas, ma non le taniche di acqua che sono già esaurite”. Nessuno si fida dell’allentamento della tensione. “Trump è come un bambino - sbotta Oline Petersen - Vuole ad ogni costo la marmellata ovvero la nostra terra”. All’aeroporto di Nuuk fa parte di una folla che accoglie il ministro degli Esteri della Groenlandia, Vivian Motzfeldt, considerata un’eroina della crisi. Un nugolo di bandierine nazionali, bianche e rosse, sventolano al grido “la Groenlandia è nostra”. Il bianco rappresenta la neve ed il rosso il sole. I cinque partiti dell’isola, da quelli di governo di centro destra all’opposizione, vogliono l’indipendenza, ma con tempi e modi diversi. Nelle prime settimane di braccio di ferro con gli Usa il timore di un’invasione dei marines era palpabile. Chiara Scivoli, mamma inuit e papà sardo, sta andando a scuola nel buio pesto con dieci gradi sotto zero. Da poco maggiorenne ammette: “Abbiamo paura. Alcuni amici scapperebbero in Danimarca, ma altri, come me, dicono che se scoppia la guerra la faremo”. Uno dei pochi inuit pro Usa non si fa trovare dopo essere stato bollato come “Giuda”. Jorgen Boassen, ex pugile, pseudo influencer, si definisce “il Che Guevara della Groenlandia” nonostante la sua passione per Trump. Maga convinto ha fondato l’associazione no profit, American Daybreak, che doveva accogliere il vicepresidente JD Vance e consorte, ad una gara di slitte trainate dai cani, ma a causa delle proteste la coppia ha fatto solo un breve scalo nella base di Thule. Davanti al consolato americano a Nuuk sfila per un’ora un danese doc trapiantano da decenni in Groenlandia. Jans, basco verde da patriota, va avanti e indietro con passo marziale innalzando uno stendardo di bandiere di nazioni europee che si sono opposte a Trump. E davanti all’aquila americana sulla casetta rossa del consolato dichiara che “stanno tornando i tempi bui della storia. Dobbiamo fermare le minacce esterne prima che diventino realtà” La Groenlandia, dove tutto costa un occhio della testa, si sorregge grazie al milione di euro di sussidi annuali della Danimarca. L’Unione europea ha versato 225 milioni di euro in programmi di “partenariato” e aumenterà gli aiuti aprendo anche un consolato a Nuuk, come i francesi. L’Italia è più cauta, ma la nuova politica artica del governo denuncia la minaccia cinese ed in parte americana sulle risorse attraverso “acquisizioni opache, controllo delle licenze, dipendenza tecnologica e pressione economica-finanziaria”. E siamo pronti a difese attive “da minacce ibride infrastrutturali di Russia e Cina”, che operano nel campo di battaglia “cyber, spazio, infrastrutture civili dual-use (porti, telecomunicazioni, aeroporti)”. Oltre a garantire la “sicurezza delle materie prime critiche”. L’incredibile iceberg azzurro incrociato nel fiordo di Kapisillit, che si sta consumando per il cambiamento climatico non è solo il simbolo dell’Artico. La vera battaglia globale riguarderà il controllo delle nuove rotte commerciali che si apriranno fra il 2030 e 2040 a causa dello scioglimento dei ghiacci. Una riduzione del 40% in termini di costi e giorni di navigazione per l’arrivo di una porta container da Shangai a Rotterdam tagliando fuori i porti italiani del Mediterraneo. |
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