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Reportage esclusivo
22 marzo 2026 - Attualità - Kurdistan - Il Giornale
Nella base di Erbil: il fortino distrutto, pezzi di droni a terra e allarme ogni giorno
di Fausto Biloslavo
CAMP SINGARA (Erbil) - “Inizio movimento” comunica alla radio il militare italiano, con equipaggiamento da combattimento a bordo di una macchina blindata. Dal comando rispondono con un secco “ricevuto”. Per entrare nell’area dell’aeroporto di internazionale di Erbil, dove si trovano la base americana e italiana, bisogna venire scortati dai nostri soldati. Dall’inizio della guerra, l’aeroporto è un obiettivo prioritario di missili e droni iraniani, che arrivano quasi ogni giorno.
La desolazione è totale e sull’asfalto si notano i detriti delle battaglie aeree con le potenti difese Usa. Il grosso blindato Cougar, anti mine, è fermo nel mezzo del nulla. Un soldato Usa  della squadra artificieri, fucile mitragliatore a tracolla, raccoglie un pezzo dell’ultimo drone intercettato. 
Il cancellone grigio d’ingresso a Camp Singara, la base italiana ad Erbil, si apre lentamente sotto lo sguardo vigile di un militare di guardia  armato fino ai denti. Per la prima volta dall’inizio del conflitto e dopo l’attacco che ha centrato in pieno la base, un giornalista e un fotografo italiani possono entrare per toccare con mano la situazione. Sulla piazza d’armi dedicata all’imperatore romano Lucio Settimio Severo Augusto sventola il Tricolore. All’esterno non c’è anima viva e il comandante, colonnello Stefano Pizzotti, con giubbotto antiproiettile, pistola carica nella fondina ed elmetto ci porta subito lungo i cunicoli interni protetti da alte lastre di cemento armato.  
“Nella notte fra l’11 ed il 12 marzo eravamo già in stato di preallarme quando, non è ancora chiaro se un missile o un drone ad alto potenziale, ha eluso i sistemi di sicurezza della coalizione impattando all’interno del campo” spiega il comandante. L’ordigno iraniano ha completamente distrutto la pizzeria del cosiddetto “fortino”. Le lamiere contorte e la struttura carbonizzata dimostrano la forza esplosiva. 
Il comandante conferma che “ci sono numerosi allarmi ogni giorno. Vengono diramati tramite un sistema di sirene seguito da indicazioni agli altoparlanti: “Bunker, bunker, bunker””.
I soldati rimasti a presidiare Camp Singara si dirigono verso i rifugi numerati e disseminati nella base. Ogni ingresso è mascherato da una rete mimetica e ci si infila velocemente in una specie di galleria di cemento armato con delle pareti molto spesse, dove la normali panche sono sostituite da brande da campo e coperte. Niente nomi per motivi di sicurezza, ma un militare che ci accompagna in un rifugio illustra come “nel bunker possiamo benissimo passare la notte”.
Nel centro comando, super protetto, un giovane capitano spiega che “nella sala operativa gestiamo tutte le emergenze. E in caso di attacco, attraverso gli altoparlanti, lanciamo alcune parole chiave al personale che automaticamente sa cosa fare” per proteggersi e garantire la sicurezza della base. Un massiccio sottufficiale sottolinea che “dormiamo qui dentro e anche mangiamo. Queste sono le razioni da combattimento”.
All’esterno è d’obbligo l’elmetto e bisogna rimanere il meno possibile. Il monumento ai caduti, sovrastato da un’aquila romana, è ad un passo dalla distruzione provocata dal probabile drone kamikaze. La missione italiana, iniziata nel 2014 ai tempi della minaccia del Califfato, si chiama Prima Parthica, la legione romana che è arrivata da queste parti secoli prima. Il compito degli italiani, adesso sospeso, è addestrare i Peshmerga i combattenti curdi della regione autonoma nel Nord dell’Iraq, 50mila fino ad oggi. Il colonnello Pizzotti, in tenuta mimetica da combattimento, non ha peli sulla lingua: “E’ una situazione di crisi ed emergenza, ma siamo soldati addestrati anche per questo”.
[continua]