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Articolo
21 luglio 2026 - Il Fatto - Italia - Il Giornale
L’altra faccia del G8 mitizzato La violenza cieca dei black bloc tra sprangate e soldi rapinati
Fausto Biloslavo
Non solo bravi ragazzi e cattivi poliziotti: il grande corteo anti G8 a Genova di 25 anni fa era infiltrato da un “esercito” di estremisti, che ha approfittato di migliaia di manifestanti più tranquilli per scatenare la guerriglia. Si staccavano in centinaia dal grosso della manifestazione per assaltare le forze dell’ordine e mettere a ferro e fuoco Genova. Io c’ero, camuffato da black bloc, per raccontare dalla prima linea, sul Giornale, la cieca violenza distruttiva. Per questo è stupefacente la lettura dei resoconti, rose e fiori, di questi giorni, dove si ricorda solo Carlo Giuliani, ucciso mentre tirava un estintore a un carabiniere assediato in una jeep presa d’assalto e la “macelleria messicana” della scuola Diaz trasformata in bivacco di manifestanti e della caserma Bolzaneto. Eccessi delle forze dell’ordine ci sono stati, ma far finta che solo la polizia ha menato ed i no global erano santarellini grida vendetta al cielo. La didascalia di una foto pubblicata da Repubblica per l’anniversario descrive come agnellini “il movimento delle tute bianche, guidato da Luca Casarini” che “fu uno dei più attivi al G8, lanciando una metaforica dichiarazione di guerra ai leader mondiali”. Metaforica? Nel giorno clou delle proteste ho visto una valanga di molotov, automobili usate come arieti, bastoni con il filo spinato o coltello da cucina legati sulla punta e distruzione sistematica di negozi e banche. Casco e maglietta neri mi sono infiltrato fin dall’inizio al concentramento del corteo, nell’ala più dura composta da centinaia di black bloc calati da tutta Europa ed estremisti arrivati dal resto d’Italia. Giovani fra i 20 e 25 anni venuti a Genova per scatenare l’inferno. 
La prima sorpresa è stato l’arrivo di un furgone con due personaggi più anziani, sulla quarantina,  hanno aperto il portellone cominciando a distribuire, spranghe e manici di piccone. La scena avveniva con un elicottero della polizia sopra la nostra testa che filmava tutto.
Ben prima di raggiungere la rete metallica con i cordoni delle forze dell’ordine che piantonavano la zona rossa, gli estremisti facevano a pezzi le vetrine dei negozi o davano fuoco all’ingresso della banche. Si accanivano anche sui bancomat nel tentativo, fallimentare, di aprirli e rubare i soldi. Teppisti che parlavano una babele di lingue, ma i più feroci erano i tedeschi con tanto di falangi punkbestia. Non mancavano di venire alle mani con i gruppi più organizzati nel corteo ufficiale, come Rifondazione comunista, che volevano evitare la violenza estrema.
Quando la grande massa di manifestanti si è trovata di fronte alla prima rete della zona rossa e un drappello di finanzieri in tenuta anti sommossa, il grosso ha svoltato senza provocare incidenti, ma circa 400 black bloc e guerriglieri urbani hanno preso d’assalto le forze dell’ordine. Non solo a colpi di molotov e fitti lanci di pietre, ma utilizzando una Panda posteggiata nella zona sbagliata, come ariete infuocato. La pioggia di lacrimogeni in risposta ha investito pure il sottoscritto “soccorso” da squadre ad hoc, che rimettevano in piedi i “feriti” per rimandarli in “battaglia”. Così mi sono accorto che alcuni “veterani” con i capelli bianchi e la pancetta davano ordini e spinte in avanti. Cattivi maestri degli anni settanta, ma è un particolare sparito dalle cronache mielose dell’anniversario. Dopo ore di guerriglia urbana le forze dell’ordine erano esasperate ed è finito pure in mezzo chi non aveva tirato una pietra. Andrea, un ragazzo si 22 anni sotto le bandiere della Cisl, non aveva dubbi: “Il blocco nero ci ha usato come cuscinetto per portare a termine il loro sporco gioco”. Parole che rendono ancora più stucchevole la santificazione dell’anniversario dell’anti G8. 
[continua]

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04 luglio 2012 | Telefriuli | reportage
Conosciamoci
Giornalismo di guerra e altro.

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16 marzo 2012 | Terra! | reportage
Feriti d'Italia
Fausto Biloslavo racconta le storie di alcuni soldati italiani feriti nel corso delle guerre in Afghanistan e Iraq. Realizzato per il programma "Terra" (Canale 5).

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30 aprile 2020 | Tg5 | reportage
L'anticamera dell'inferno
Fausto Biloslavo TRIESTE - “Per noi in prima linea c’è il timore che il ritorno alla vita normale auspicata da tutti possa portare a un aumento di contagi e dei ricoveri di persone in condizioni critiche” ammette Gianfranco, veterano degli infermieri bardato come un marziano per proteggersi dal virus. Dopo anni in pronto soccorso e terapia intensiva lavorava come ricercatore universitario, ma si è offerto volontario per combattere la pandemia. Lunedì si riapre, ma non dimentichiamo che registriamo ancora oltre 250 morti al giorno e quasi duemila nuovi positivi. I guariti aumentano e il contagio diminuisce, però 17.569 pazienti erano ricoverati con sintomi fino al primo maggio e 1578 in rianimazione. Per entrare nel reparto di pneumologia semi intensiva respiratoria dell’ospedale di Cattinara a Trieste bisogna seguire una minuziosa procedura di vestizione. Mascherina di massima protezione, tuta bianca, copri scarpe, doppi guanti e visiera per evitare il contagio. Andrea Valenti, responsabile infermieristico, è la guida nel reparto dove si continua a combattere, giorno e notte, per strappare i contagiati alla morte. Un grande open space con i pazienti più gravi collegati a scafandri o maschere che li aiutano a respirare e un nugolo di tute bianche che si spostano da un letto all’altro per monitorare o somministrare le terapie e dare conforto. Un contagiato con i capelli grigi tagliati a spazzola sembra quasi addormentato sotto il casco da marziano che pompa ossigeno. Davanti alla finestra sigillata un altro paziente che non riesce a parlare gesticola per indicare agli infermieri dove sente una fitta di dolore. Un signore cosciente, ma sfinito, con i tubi dell’ossigeno nel naso è collegato, come gli altri, a un monitor che segnala di continuo i parametri vitali. “Mi ha colpito un paziente che descriveva la sensazione terribile, più brutta del dolore, di non riuscire a respirare. Diceva che “è come se mi venisse incontro la morte”” racconta Marco Confalonieri direttore della struttura complessa di pneumologia e terapia intensiva respiratoria al dodicesimo piano della torre medica di Cattinara. La ventilazione non invasiva lascia cosciente il paziente che a Confalonieri ha raccontato come “bisogna diventare amico con la macchina, mettersi d’accordo con il ventilatore per uscire dal tunnel” e tornare alla vita. Una “resuscitata” è Vasilica, 67 anni, operatrice di origine romena di una casa di risposo di Trieste dove ha contratto il virus. “Ho passato un inferno collegata a questi tubi, sotto il casco, ma la voglia di vivere e di rivedere i miei nipoti, compreso l’ultimo che sta per nascere, ti fa sopportare tutto” spiega la donna occhialuta con una coperta sulle spalle, mascherina e tubo per l’ossigeno. La sopravvissuta ancora ansima quando parla del personale: “Sono angeli. Senza questi infermieri, medici, operatori sanitari sarei morta. Lottano ogni momento al nostro fianco”. Il rumore di fondo del reparto è il ronzio continuo delle macchine per l’ossigeno. L’ambiente è a pressione negativa per aspirare il virus e diminuire il pericolo, ma la ventilazione ai pazienti aumenta la dispersione di particelle infette. In 6 fra infermieri ed un medico sono stati contagiati. “Mi ha colpito la telefonata di Alessandra che piangendo ripeteva “non è colpa mia, non è colpa mia” - racconta Confalonieri con il volto coperto da occhialoni e maschera di protezione - Non aveva nessuna colpa, neppure sapeva come si è contagiata, ma si struggeva per dover lasciare soli i colleghi a fronteggiare il virus”. Nicol Vusio, operatrice sanitaria triestina di 29 anni, ha spiegato a suo figlio che “la mamma è in “guerra” per combattere un nemico invisibile e bisogna vincere”. Da dietro la visiera ammette: “Me l’aspettavo fin dalla prime notizie dalla Cina. Secondo me avremmo dovuto reagire molto prima”. Nicol racconta come bagna le labbra dei pazienti “che con gli occhi ti ringraziano”. I contagiati più gravi non riescono a parlare, ma gli operatori trovano il modo di comunicare. “Uno sguardo, la rotazione del capo, il movimento di una mano ti fa capire se il paziente vuole essere sollevato oppure girato su un fianco o se respira male” spiega Gianfranco, infermiere da 30 anni. Il direttore sottolinea che “il covid “cuoce” tutti gli organi, non solo il polmone e li fa collassare”, ma il reparto applica un protocollo basato sul cortisone che ha salvato una novantina di contagiati. Annamaria è una delle sopravvissute, ancora debole. Finalmente mangia da sola un piattino di pasta in bianco e con un mezzo sorriso annuncia la vittoria: “Il 7 maggio compio 79 anni”.

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25 maggio 2010 | Spazio Radio - Radio 1 | intervento
Italia
L'Islam nelle carceri italiane
In Italia su oltre 23mila detenuti stranieri, 9840 risultano musulmani, secondo i dati ufficiali. Almeno seimila, però, non si sono dichiarati. Il rapporto di 364 pagine, “La radicalizzazione jihadista nelle istituzioni penitenziarie europee”, realizzato dall’esperto di Islam nella carceri, Sergio Bianchi, ne indica 13mila.
In Italia ci sono circa 80 islamici dietro le sbarre per reati connessi al terrorismo. Dal 2009 li hanno concentrati in quattro istituti di pena: ad Asti, Macomer, Benevento e Rossano. Nel carcere di Opera, invece, sono arrivati Adel Ben Mabrouk, Nasri Riadh e Moez Abdel Qader Fezzani, ex prigionieri di Guantanamo. Chi li controlla ogni giorno racconta che parlano in italiano. La guerra santa in Afghanistan l’hanno abbracciata dopo aver vissuto come extracomunicatori nel nostro paese. Non si possono incontrare fra loro e vivono in celle singole. Pregano regolarmente con molta devozione e hanno mantenuto i barboni islamici.

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20 giugno 2017 | WDR | intervento
Italia
Più cittadini italiani con lo ius soli
Estendere la cittadinanza italiana ai bambini figli di stranieri? È la proposta di legge in discussione in Senato in questi giorni. Abbiamo sentito favorevoli e contrari.

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03 giugno 2019 | Radio Scarp | intervento
Italia
Professione Reporter di Guerra


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24 maggio 2010 | Radio Padania Libera | intervento
Italia
Proselitismo islamico dietro le sbarre
“Penso che sia giusto se alcuni musulmani combattono la guerra santa contro gli americani in paesi che non sono la loro terra”. Dopo un lungo girarci attorno Kamel Adid sorprende un po’ tutti, quando sputa il rospo. La domanda riguardava i mujaheddin, i musulmani pronti a morire per Allah, contro l’invasore infedele. Tre soldati della guerra santa, arrivati un paio di mesi fa da Guantanamo, sono rinchiusi poco più in là, nel reparto di massima sicurezza del carcere di Opera, alle porte di Milano.
Adid è un giovane marocchino di 31 anni con barbetta islamica d’ordinanza e tunica color noce. Nel carcere modello di Opera fa l’imam dei 44 musulmani detenuti, che frequentano una grande sala adibita a moschea. Un predicatore fai da te, che di solito parla un linguaggio moderato e ti guarda con occhioni apparentemente timidi.
Deve scontare ancora due mesi di pena per un reato legato alla droga e da pochi giorni è stato trasferito in un altro istituto. “Quelli che si fanno saltare in aria subiscono il lavaggio del cervello – si affretta a spiegare l’autonominato imam – Noi abbiamo riscoperto la fede in carcere. Pregare ci da conforto, ci aiuta ad avere speranza”.

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06 settembre 2018 | Radio immaginaria | intervento
Italia
Teen Parade
Gli adolescenti mi intervistano sulla passione per i reportage di guerra

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