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05 settembre 2026 - Sito - Mondo - Il Giornale
Andrea Angeli, professione peacekeeper, una vita nelle missioni internazionali: l’ultimo saluto a Macerata
Fausto Biloslavo
L’unico caffè italiano sotto le bombe a Sarajevo, la scoperta della prima fossa comune a Srebrenica, davanti alle macerie della strage di Nassiryha, nel fango insanguinato del Kosovo, al fianco dei marò agli arresti in India. I ricordi sul campo di Andrea Angeli, veterano delle missioni dell’Onu nei posti più infami, si accavallano al dolore della perdita non solo di un portavoce, una fonte, ma un amico. A Macerata, dove era tornato dopo tanti anni, è “andato avanti”, come dicono gli alpini che amava, in solitudine, a casa travolto da un malore a 69 anni.
Per oltre tre decenni ha sposato la “professione peacekeeper”, titolo del suo primo libro di memorie. Non solo Balcani e Medio Oriente, all’apice di guerre e crisi, Andrea è stato in prima linea dal Cile di Pinochet, alla Namibia, fino a Timor Est. Un globe-trotter delle missioni di pace, che ho conosciuto sotto il tiro dei cecchini a Sarajevo. Addetto stampa dell’Unprofor, il contingente di caschi blu, viveva baraccato nel palazzo delle poste crivellato da proiettili e schegge di granate. Una stanzetta con una branda da campo, i sacchetti di sabbia alle finestre e una vera moka con caffè italiano, l’unico di Sarajevo.
Andrea faceva spesso tappa a Trieste, all’andata o ritorno dai Balcani. La sua scassata R 4 che usava oltreconfine era un mito, come l’eleganza in qualsiasi situazione. In guerra sahariana e foularino color sabbia o sciarpetta a rete verde militare. Indimenticabili i suoi boxer mimetici, che sfoggiava quando dormiva a casa mia. La borsa delle Frecce tricolori era il suo trolley, dove teneva sempre una cravatta in caso di necessità. L’ho visto di rado con giubbotto antiproiettile ed elmetto, ma a Sarajevo è finito pure prigioniero dei serbi, per qualche giorno, nella caserma di Lukavica. Poco conosciuta, ma leggendaria la foto nel fango insanguinato della Bosnia nel 1997, che pubblichiamo, con Angeli al fianco della procuratrice del tribunale internazionale, Louise Arbour, a caccia di crimini di guerra.
Ad Andrea devo la dritta sulla prima riesumazione delle vittime di Ratko Mladic in una fossa comune di Srebrenica, un terribile scoop. Ironia della sorte il peacekeeper viene salutato oggi nella chiesa di Santa Croce di Macerata nelle stesse ore di glorificazione a Belgrado del generale serbo bosniaco, morto con l’ergastolo sulle spalle per genocidio. Se la Bosnia era il suo primo amore, il Kosovo gli è entrato nel sangue con tutte le sue contraddizioni.
A Nassiryha, nelle ore drammatiche della strage, Angeli in prima linea con il nostro contingente, raccontava l’attentato alle tv di fronte alle macerie della palazzina fatta saltare in aria dai terroristi kamikaze. Fratello Mariano, il cappellano della brigata Sassari, che in una commovente cerimonia aveva ricordato i caduti davanti alle loro bare avvolte nel Tricolore prima di venire imbarcate per la madrepatria, è arrivato dalla Sardegna per la Messa funebre di Angeli.
Il veterano delle missioni di pace conosceva tutti, dai generali all’ultimo soldato, per non parlare dei diplomatici oltre a vescovi e cardinali. In un’agendina custodiva tutti i numeri di telefono scritti rigorosamente a mano. Refrattario alle nuove tecnologie e ai social, al massimo comunicava via mail e non usava whatsapp legato gelosamente a un telefonino dello scorso secolo. Uno dei pochi, rimasto attaccato alla copia cartacea dei quotidiani, ritagliava ancora gli articoli. I giornalisti di guerra erano per Andrea una “band of brothers”. Qualcuno sostiene che non ti dava mai una notizia veramente importante, ma ha sempre fatto di tutto per facilitare il nostro lavoro sul campo con accrediti, numeri giusti, suggerimenti. Negli anni era diventato un amico che potevi chiamare ad ogni ora in qualsiasi parte del mondo. 
Al fianco di Staffan De Mistura ha preso a cuore l’odissea dei marò incarcerati in India e servito pure in Afghanistan sotto le stelline dell’Unione europea.
I suoi libri a cominciare da “Professione peacekeeper” sono delle memorie preziose zeppe di dettagli e aneddoti, intrisi di umanità, ma che si addentrano pure nel dietro le quinte delle missioni internazionali. Se non era sul campo faceva la spola fra New York, dove aveva un loculo vicino al Palazzo di Vetro e l’Italia. La figura del veterano brizzolato, ma sempre in forma, è stata scalfita negli ultimi tempi dalla voce sempre più roca. Non stava bene, ma continuava ad intervenire sul lato oscuro dell’umanità che aveva toccato con mano. L’ultima volta mi ha chiamato poco più di un mese fa sui cecchini a pagamento di Sarajevo, che bollava come una bufala. Mi mancheranno le sue telefonate da latitudini esotiche. Quando rispondevi e sentivi la voce di Andrea lontana. Non ti diceva “ciao” come tutti, ma esordiva prendendo in prestito il gergo militare “mi copi?”.



[continua]

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