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Reportage
13 marzo 2011 - Esteri - Libia - Il Giornale
Coi gheddafiani a Ras Lanuf "liberata"
Ras Lanuf «La battaglia è durata dieci giorni contro i banditi che volevano prendersi il petrolio, ma alla fine Ras Lanuf è stata liberata. Gli abbiamo ta­gliato le mani». Ibrahim al Machel è un volontario di 30 anni che imbrac­cia il kalashnikov per salvare il regime di Gheddafi. La contesa e strategica cittadella petrolifera nel golfo della Sirte è stata riconquistata dai governa­tivi. Almeno l’area occidentale dove vivevano i tecnici stranieri, fuggiti da­vanti alla rivolta, e la raffineria, che brucia sprigionando un’enorme co­lonna di fumo nero. La battaglia è scoppiata lungo la strada principale. Siamo i primi gior­nalisti occidentali ad entrare in città sorpassando contraeree dei ribelli carbonizzate e una camionetta tra­sformata in un groviglio di lamiere da una cannonata.All’ingresso di Ras La­nuf ci sono ancora i resti dei bivacchi dei rivoltosi: materassi, coperte, cas­sette di munizioni scoperchiate e raz­zi anticarro abbandonati. I soldati in uniforme verde oliva del regime esul­tano appena vedono i giornalisti. Il ve­terano con il barbone grigio è al fian­co del giovane tagliagole che si na­sconde il viso con un lungo turbante. Qualcuno scatta sull’attenti nel rigido saluto militare stile inglese. Sparano in aria e sventolano la bandiera verde della Jamahiriya. «Allah, Muammar, la Libia e basta» è lo slogan che va per la maggiore. Sui fuoristrada scoperti hanno caricato di tutto come un’ar­mata brancaleone: kalashnikov, ban­doliere di proiettili, confezioni di ac­qua minerale, coperte e materassi.
La cittadella petrolifera è comple­tamente deserta. La soldataglia ci porta all’ospedale, che è stato sac­cheggiato. Barelle arancioni abban­d­onate si mescolano a giubbotti anti­proiettile. Garze e siringhe sono dis­seminate dappertutto. Dentro è un caos. Seguo le tracce di una lunga scia di sangue che porta alle corsie, ma nelle stanze buttate all’aria non c’è un solo ferito. O i ribelli li hanno evacuati in tutta fretta davanti al­l’avanzata governativa, oppure sono spariti nel nulla. «I responsabili di questo saccheggio sono i banditi che hanno attaccato la città- sostengono i soldati di Gheddafi- . Prima curava­no i loro feriti poi hanno distrutto tut­to ». Potrebbe anche essere accaduto il contrario con i governativi che han­no
fatto a pezzi l’ospedale ribelle.
Pochi chilometri più indietro la cit­tadina di Bin Jawed, sulla strada co­stiera, era stata occupata domenica scorsa dai rivoltosi. Il punto più a ovest della loro avanzata verso Tripo­li. Dopo c’è solo Sirte, la città natale di Gheddafi. Il commissariato di polizia
è stato sventrato dalla battaglia. «Ho visto con i miei occhi quando hanno sparato a bruciapelo a due persone che non avevano fatto nulla - giura Walid Ahmed, 27 anni - li ho sentiti parlare. Non erano solo libici, ma an­che egiziani, yemeniti, algerini con le lunghe barbone islamiche. Sembra­vano di Al Qaida». Pure la scuola del paese è finita sbrecciata dalle canno­nate. Gli abitanti sopravvissuti, in gran parte della tribù di Gheddafi, giu­rano che sono stati i «banditi» a di­struggerla. I crateri lasciati sulla faccia­ta e la direzione di tiro dimostrano che i ribelli si sono probabilmente as­­serragliati nella scuola, l’edificio più alto della piccola città, per l’estrema resistenza. I governativi sono arrivati con i carri armati e li hanno spazzati via.
A Ras Lanuf i soldati di Gheddafi ci scortano fino all’ingresso della raffine­ria che brucia. Una grande cisterna di diesel sprigiona alte lingue di fuoco. Il fumo denso e nero si alza verso il cielo e prosegue per chilometri, in direzio­ne ovest, sospinto dal vento. Probabil­mente i ribelli sono annidati nel­l’estremo lembo orientale di Ras La­nuf, ma i pretoriani di Gheddafi avan­zano. Se conquistassero Marsa Brega e Agedabia arriverebbero alla strada che taglia il deserto e porta dritta a To­bruk. I ribelli della roccaforte di Ben­gasi e gran parte della Cirenaica ri­schierebbero di restare intrappolati in un’enorme sacca.Mahdi,un giova­ne miliziano di Gheddafi in mimetica da deserto, turbante e giubbotto anti­proiettile ci spera. Si inginocchia stro­finandosi il viso con la sabbia e prega Allah per la vittoria finale. Sullo sfon­do continua a bruciare la raffineria di Ras Lanuf e tutta la Libia.

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06 aprile 2011 | TG4 | reportage
Diario dalla Libia in fiamme
Diario dalla Libia in fiamme

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23 agosto 2011 | TG4 | reportage
La caduta di Gheddafi
Notizie e commenti dall'Italia

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12 settembre 2016 | Terra! | reportage
Nella cattiva Sirte
La feroce battaglia per liberare Sirte va avanti da 4 mesi. L’ex roccaforte dello Stato islamico in Libia, città natale del colonnello Gheddafi, è completamente distrutta dai combattimenti Dal corridoio umanitario con le bandiere bianche aperto per evacuare le famiglie dei seguaci del Califfo non è passato nessuno I combattenti di Misurata che stanno conquistando Sirte ci scortano verso il mare per farci vedere le minacce all’Italia All’interno troviamo giubbotti abbandonati dei miliziani dello stato islamico e anche indicazioni della presenza di combattenti stranieri come questa ricevuta del ministero degli Esteri sudanese, una moneta di 100 dinari tunisini dei volontari jihadisti giunti a Sirte ed istruzioni sulle granate da mortaio in inglese e francese Sulle pareti sono rimaste le scritte che inneggiano al Califfato I segni della battaglia sono ovunque Sirte era un trampolino di lancio verso l’Italia, come si legge in questo cartello “Combattiamo in Libia, ma il nostro sguardo è su Roma” Queste immagini scenografiche delle bandiere nere in Libia sono state trovate a Sirte durante i combattimenti Uno dei video contiene minacce contro l’Italia e l’Europa di un terrorista ragazzino, Omar al Maghrebi, il marocchino Nel video compare un veterano della guerra santa che addestra le reclute Il giovane jihadista minaccia gli “infedeli” promettendo che “verremo da voi per farvi saltare in aria. I vostri corpi esploderanno in mille pezzi”. La propaganda del Califfo mostra anche una lezione di pronto soccorso per i volontari del terrore africani Omar il marocchino invita i “fratelli ad indossare le cinture esplosive per Allah e attaccare aeroporti e confini”. E sostiene: “Siamo giunti in Libia, terra del Califfato e siamo pronti a morire” Durante l’avanzata a Sirte, le truppe governative avrebbero scoperto informazioni inquietanti per il nostro paese Susyan Abdulla, ufficiale dei “Martiri di Sirte” parla di una lista di jihadisti tunisini dello Stato islamico In sette sarebbero andati verso l’Italia spacciandosi per migranti Nei comandi di Sirte appena abbandonati dalle bandiere nere scopriamo nuove scritte, come questa: “Lo Stato islamico è qui e si espanderà. Con l’aiuto di Allah, nonostante gli infedeli, conquisteremo Roma” Nelle ultime settimane si è combattuto casa per casa per liberare i quartieri ancora in mano a qualche centinaio di jihadisti I morti fra le forze libiche sono quasi 500 ed oltre 2500 i feriti. I combattenti vanno in prima linea con gli orsacchiotti porta fortuna dei figli e nelle pause della battaglia mangiano maccheroni L’arma più efficace dei miliziani dello Stato islamico sono gli attacchi suicidi La densa colonna di fumo nero è il benvenuto nell’ex roccaforte del Califfo Nonostante l’assedio due attentatori suicidi sono riusciti a farsi esplodere in mezzo alle truppe libiche provocando 13 morti e 59 feriti Questo combattente indica che le autobombe erano due e ci fa vedere il sangue sul selciato I seguaci del Califfo non si arrendono e sono decisi a vendere cara la pelle E al fronte è ancora peggio: l’auto bomba è stata fermata a soli venti metri dalla nostra postazione come si vede in queste immagini Sirte è ridotta ad un cumulo di macerie fumanti e disabitate Ad ogni avanzata si scoprono le nefandezze dello Stato islamico come le segrete sotterranee I prigionieri dormivano su dei pagliericci vivendo in condizioni penose. I combattenti anti bandiere nere che ci scortano fanno notare i disegni e le frasi dei detenuti sulle pareti delle celle e hanno una piccola finestra per l’aria a livello del terreno “Sono un cittadino libico - scriveva uno di prigionieri - sono musulmano e non so perché mi hanno arrestato” Attraversiamo i quartieri di Sirte con i cartelli delle bandiere nere ancora intatti e dalla terra di nessuno un cecchino ci spara due volte: il primo colpo ed il secondo Il giorno dopo siamo stati colpiti Nel quartiere 1 i miliziani del Califfo erano ancora annidati in queste case Si passa attraverso le brecce aperte nei muri per non venir colpiti Nelle abitazioni devastate sono stati abbandonati i cadaveri dei seguaci dello Stato islamico Questo è il deposito di viveri delle bandiere nere con pasta italiana, ceci britannici, conserve di pomodoro tunisine e acqua minerale francese Un combattente ci mostra sul telefonino la città dall’alto e le zone residenziali ancora da liberare L’ultima spallata per conquistare Sirte è furiosa Le forze libiche sono una variegata armata Brancalone Carri armati e blindati avanzano e la fanteria dietro. Per spostarsi da un palazzo all’altro anche i giornalisti si arrampicano assieme ai combattenti. Gli aspri scontri durano intere giornate Ad ogni esplosione i libici esultano gridando “Allah è grande” Ma i kamikaze contrattaccano, come si è visto nel bagliore alle spalle dei combattenti. I resti e gli schizzi di sangue del terrorista suicida sono arrivati sopra le nostre teste Un proiettile jihadista colpisce inutilmente il carro I feriti più lievi vengono curati in prima linea, ma questo combattente sta morendo dissanguato L’obiettivo è liberare del tutto Sirte per la festa islamica del sacrificio del 12 settembre. Sarebbe la prima capitale del Califfo a cadere.

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22 marzo 2011 | Panorama | intervento
Libia
Diario dalla Libia
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12 maggio 2011 | Nuova spazio radio | intervento
Libia
Che fine ha fatto Gheddafi?
Il colonnello Gheddafi è morto, ferito oppure in perfetta forma, nonostante le bombe, e salterà fuori con la sua ennesima e prolissa apparizione televisiva? Il dubbio è d’obbligo, dopo i pesanti bombardamenti di Tripoli. Ieri è ricomparaso brevemente in un video girato durante un incontro, all'insaputa dei giornalisti, nell'hotel di Tripoli che ospita la stampa internazionale.

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26 aprile 2011 | Radio 101 | intervento
Libia
Con Luxuria bomba e non bomba
Il governo italiano, dopo una telefonata fra il presidente americano Barack Obama ed il premier Silvio Berlusconi, annuncia che cominciamo a colpire nuovi obiettivi di Gheddafi. I giornali titolano: "Bombardiamo la Libia". E prima cosa facevamo? Scherzavamo con 160 missioni aeree dal 17 marzo?

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08 marzo 2011 | Panorama | intervento
Libia
Diario dalla Libia
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29 aprile 2011 | Spazio Radio | intervento
Libia
Piegare Gheddafi e preparare l'intervento terrestre
Gli americani spingono con insistenza per un maggiore coinvolgimento dell’Italia nel conflitto in Libia, non solo per passare il cerino politico agli europei. L’obiettivo finale è piegare il colonnello Gheddafi e far sbarcare una forza di interposizione in Libia, con ampia partecipazione italiana. Un modello stile ex Yugoslavia, dove il contingente occidentale è arrivato dopo l’offensiva aerea.

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