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21 ottobre 2011 - Il Fatto - Libia - Il Giornale
"Morirò in battaglia" Il beduino indomabile è stato di parola
Muammar Gheddafi si è asser­ragliato nell’ultimo bunker di Sir­te andando incontro al suo desti­no di polvere e sangue. In fondo è morto come aveva vissuto, sul filo del rasoio, in una sorta di piazzale Loreto libica. Non era l’Hitler del Nord Africa, ma aveva le mani tre­mendamente sporche di sangue non solo del suo popolo. Da un cer­to punto di vista quella dell’ex raìs è una fine con «onore», che non fugge ma combatte senza speran­za nell’ultima roccaforte del suo regime spazzato via. L’aveva an­nunciato lui stesso nell’ultima in­tervista, data al Giornale il 15 mar­zo. Davanti al vento di rivolta ara­ba il presidente tunisino Ben Alì è scappato con la coda fra le gambe e il faraone Hosni Mubarak è stato costretto alla sbarra su una barel­la. «Sono ben diverso da loro- ave­va tuonato il colonnello - . Non ho paura». Neppure di morire a qua­si 70 anni, forse dal colpo di grazia di un ragazzino con in pugno la pi­stola d’oro che Gheddafi portava sempre con sé.
Altro che fuggito in qualche esi­lio dorato e nascosto, o al coman­do dei Tuareg fra le sabbie del Sahara. Il ricercato numero uno
per crimini di guerra si è trincera­to a Sirte, dove è nato da una fami­glia umile. Sembra che fosse na­scosto in una buca, come Sad­dam, per proteggersi dalle bombe dei ribelli e della Nato. Avrà anche detto «non sparate», magari cre­dendosi ancora «il fratello leader» come lo chiamavano i suoi. Si è tro­vato davanti i ribelli assetati di ven­detta. Destino di tanti dittatori: lo hanno linciato e ammazzato in piazza trascinandolo per strada come un trofeo, come dimostra­no i primi video e il volto tumefat­to catturato da un telefonino. In fondo con la sua tragica fine il co­l­onnello ha fatto veramente volta­re pagina alla Libia. Molti cantano e ballano dalla felicità, ma quanti lo rimpiangeranno? In fondo ha ti­rato fuori il paese dal passato mo­narchico costruendo scuole, stra­de ed ospedali grazie al petrolio. Ronald Reagan lo definì «il cane pazzo» del mondo arabo e forse aveva ragione, ma per decenni a ogni anniversario del suo golpe ri­v­oluzionario del 1969 la gente an­dava in piazza non solo a forza. Compresi molti dei leader dei ri­belli, che lo hanno giustiziato sul posto dopo averlo catturato.
Amico dei terroristi di mezzo mondo Gheddafi era stato, però, vezzeggiato a fasi alterne dagli oc­cidentali,
compresi i governi ita­liani di tutti i colori. La sua guasco­na ba­ldanza a voler finire a tutti co­sti ammazzato, invece che al sicu­ro in Venezuela, ha fatto tirare un sospiro di sollievo a tante cancelle­rie.
Vi immaginate che show avrebbe messo in piedi Gheddafi da una platea internazionale co­me il tribunale de L’Aja, dove lo avevano accusato di crimini di guerra? Altro che le bordate di Slo­bodan Milosevic e le sceneggiate di Saddam Hussein suoi predeces­sori finiti sotto processo.
Un beduino non si ingabbia,
tantomeno se l’onnipotenza del potere lo porta ad autonominarsi il «re dei re» dell’Africa. Da bedui­no, però, Gheddafi continuava in parte a vivere. Fuori dalla sua ten­da, al centro di Bab al Azizya a Tri­poli, dove ha rilasciato l’intervista al Giornale , pascolava una mucca pezzata, come fossimo in Svizze­ra. Lo stesso colonnello amava mungerla per bersi un bicchiere di buon latte ogni mattina. Gheddafi visto da vicino tradiva i suoi vezzi: dalle rughe nascoste grazie al bisturi, ai riccioli tinti di nero. Anche se aveva dei sosia, il volto insanguinato che si è intravi­sto ieri a Sirte sembra proprio il suo, nonostante il colonnello avesse più di sette vite. Nel 1986 una soffiata di Bettino Craxi lo sal­vò all’ultimo secondo da un missi­le mirato, che incenerì la dimora fortificata di Bab al Azizya. Altre volte è sfuggito per un soffio a falli­ti attentati salvato in un’occasio­ne da una delle sue amazzoni, che gli fece scudo con il corpo.
I figli con le palle hanno seguito il suo destino. Khamis ammazza­to in un’imboscata dopo la caduta di Tripoli, Mutassin catturato, non si capisce bene se vivo o mor­to e Seif, la spada dell’Islam, forse circondato o passato per le armi.
Il colonnello amava le divise «napoleoniche» e le buffonate, co­me l’adunata delle hostess a Ro­ma per convertirle all’Islam. Però era pure capace di fermarsi per un tè nel deserto con Bruno Dalmas­so, il custode del cimitero italiano di Tripoli, dopo aver cacciato ol­tre 20mila nostri connazionali dal­la Libia.
Dopo la fine nel sangue il colon­nello verrà osannato dai suoi ulti­mi accoliti come un «martire». Si­curamente entrerà nella storia, co­me Mussolini o Ceausescu, ma la sua tragica fine ha chiuso per sem­pre
42  anni di genio e follia.
[continua]

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