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Reportage
26 ottobre 2026 - Sito e Substack - Egitto - Il Giornale
El Alamein, dal cielo alle trincee della Folgore: il ritorno nei luoghi dell’ultima resistenza
Fausto Biloslavo
EL ALAMEIN - Antonella Grillo si inoltra in uno dei corridoi del sacrario di El Alamein, dove le lastre quadrate di marmo bianche, una accanto all’altra, riportano in caratteri neri grado, cognome, nome dei caduti delle grandi battaglie del 1942 nel deserto egiziano. Il braccio sulla spalla della mamma, Carla Gesualdi che ha un groppo in gola. Poi si fermano e Antonella indica una delle tante lapidi: “Il mio bisnonno riposa qui: Zelano Carlo, medaglia di bronzo al valor militare, soldato”. Mamma e figlia sono venute ad El Alamein, dalla provincia di Foggia, con il viaggio nella storia del Giornale per mantenere una promessa. “La nonna, Antonietta Zelano, 30 anni fa è venuta al sacrario. Prima di morire ha chiesto a tutta la famiglia di continuare a visitare questo luogo del ricordo”. E così faranno le future generazioni. Il racconto della nipote è reso ancora più toccante dal libro delle dediche aperto sulla pagina dove Antonietta ha scritto parole commoventi sul padre mai conosciuto “deceduto in questo deserto di guerra”. Mamma Carla tiene stretta la foto in bianco a nero del nonno soldato che non è tornato a casa.
La possente torre del sacrario voluto da Paolo Caccia Dominioni, dedicata “ai caduti italiani”, ti lascia a bocca aperta. All’interno, nel cuore della memoria, dove riposano i resti terreni di 4634 militari, il pugno nello stomaco è ancora più forte. Una sfilza di nomi, ma anche 1300 lapidi tutte uguali con la dicitura “ignoto”.
Un centinaio di viaggiatori della storia del Giornale sono arrivati in Egitto per toccare con mano i luoghi delle disperate battaglie di El Alamein. Non si tratta di glorificare una guerra perduta, quando ne abbiamo di minacciose attorno a noi, ma di ricordare chi è caduto in prima linea. Arruolati senza grandi convinzioni o patrioti che credevano nel senso del dovere in molti si sono sacrificati, come i paracadutisti della Folgore. 
A piedi, nel deserto, raggiungiamo l’Himeimat, un’altura al centro della linea del fronte nel 1942. Aldino Bondesan, che ci accompagna, è docente dell’università di Padova e titolare del progetto El Alamein di salvaguardia dello storico campo di battaglia. “Il comandante della compagnia che teneva questa posizione chiamava i suoi soldati i “miei trogloditi” - racconta - perchè vivevano sotto terra dentro le gallerie”. L’artiglieria inglese martellava l’Himeimat di continuo e strisciare in una di queste cavità fa capire quanto terribile deve essere stata la guerra nel deserto. Nella sabbia spunta un bossolo di allora ed i resti di una scatoletta di viveri. Dalle “buche” i soldati tiravano fuori la testa di giorno, se non piombavano granate e combattevano di notte per fermare gli assalti.
La sabbia ha mangiato le trincee, ma si notano ancora i segni dei camminamenti. “Su questa postazione circolare c’era un mortaio di 81 millimetri - spiega Giuseppe Barbetta, uno dei viaggiatori - collegata al punto di caricamento delle munizioni che si vede più in là”. I lettori del Giornale raccolgono un pugno di sabbia di El Alamein, per portarsela a casa, intrisa per sempre dal sangue e sudore dei paracadutisti, dei carristi dell’Ariete decimati, dei bersaglieri e degli aviatori. Luigino Cagliaro ha viaggiato con noi portando sul cellulare la foto d’altri tempi di suo zio, il sergente maggiore Elio Trevisan “pilota del 4° Stormo abbattuto in questa zona durante un combattimento con dei caccia sudafricani”.
L’ultima tappa nel deserto del Giornale spunta dalla sabbia: Il Kabonga box, un campo fortificato costruito dai soldati Maori nei ranghi delle forze alleate. Dopo la conquista delle truppe dell’Asse gli italiani l’hanno utilizzato come ospedale sotterraneo di prima linea.
Il 17 ottobre si sono lanciati sulle posizioni di El Alamein 98 paracadutisti e 16 passeggeri tandem da due velivoli C-130 dell’aeronautica egiziana. Un tributo al sacrificio e un ricordo per tutti i caduti delle battaglie nel 1942 organizzato da Walter Amatobene fondatore del sito “Congedati Folgore”. Assieme agli italiani si sono paracadutati 5 inglesi, un australiano, un americano della 173ma Airborne e 2 greci delle nazioni che combatterono ad El Alamein. Tutti militari, due britannici ancora in servizio, un carrista e un paracadutista. Gli altri con 27 anni e più di carriera militare alle spalle.
Alberto, appena atterrato, mostra con orgoglio la medaglia del nonno, Giuseppe Izzo, che ha combattuto ad El Alamein. Al suo fianco Mike Gibbons, basco color sabbia, che ha la foto di suo nonno, in divisa inglese, immortalato sotto la Sfinge. I nipoti di chi si è scontrato senza tregua nel deserto si stringono la mano dopo il lancio assieme. Le guerre finiscono e bisogna voltare pagina senza dimenticare chi è caduto, da una parte e dall’altra. 
Andrea Tomasi racconta con la voce rotta dall’emozione che ha portato con lui nel “salto” due reduci di El Alamein, che non ci sono più, attraverso la giberna di uno e il tesserino di paracadutista militare dell’altro.
Anche un manipolo di viaggiatori del Giornale si è lanciato su El Alamein. Per Lorenzo è stata “un’esperienza incredibile. Il pilota del mio tandem era olandese, anche lui ultra sessantenne. In due facevamo più di 120 anni”. Il giovane Alessandro, al suo battesimo con il paracadute, è entusiasta e durante il lancio aveva il cuore in gola.
Isabella Rauti, sottosegretario alla Difesa, ha condiviso con il gruppo “Congedati Folgore” ed i lettori del Giornale un significativo ricordo al sacrario alla luce di una fiaccola. “E’ un luogo che non smetteremo mai di custodire e valorizzare perché resti degno del sacrificio dei caduti - ha sottolineato - Siamo impegnati in una battaglia culturale e morale contro l’avanzata del cemento,  di uno tra i più ambiziosi progetti urbanistici e turistici del Nord Africa. Si è arrivati ad un accordo per un impatto che rispetti la storia e la sacralità del sito”.
Attorno al monumento con le soglie di migliaia di italiani sono passati i bulldozer fino al mare, ma l’ingresso era già stato arretrato per fare spazio all’autostrada. La senatrice Rauti ha consegnato al museo del sacrario, che verrà trasformato e migliorato dal Progetto El Alamein, il basco del reduce Antonio Tomba. Un carrista che ha combattuto nel’42 con la divisione Ariete. “Prima di morire, nel 2019, all’età di 97 anni  - spiega - ha espresso ai figli il desiderio che il suo basco di battaglia tornasse ad El Alamein”.
Fra i viaggiatori del Giornale, Attilio Biscottini, si è portato il capello con le piume da bersagliere. “E’ commovente vedere il gagliardetto del mio reggimento, l’Ottavo - ammette - che ha portato ad El Alamein tanti ragazzi mai più tornati a casa”. 
Michele, francescano, che si è lanciato, arriva marciando con i paracadutisti, per officiare la Messa, con il saio bianco e il basco amaranto di cappellano della Folgore. Assieme al Giornale c’è Enrico Cangini, giovane sindaco di Sarsina, in Emilia Romagna, che si è portato la fascia Tricolore. Tutti assieme i partecipanti al viaggio hanno cantato l’inno di Mameli all’ingresso del sacrario.
L’ultima tappa ad El Alamein, doverosa, è il cimitero dell’8° Armata con 7mila tombe tutte uguali e allineate. J. Davids aveva solo 17 anni quando è stato dilaniato nel suo carro armato. Non poche hanno la dicitura “conosciuto solo a Dio”. E per il tenente J.D.S. Coop, 23 anni del Royal tank regiment la madre ha fatto incidere una frase che stringe il cuore: “In memoria del mio, unico, amato figlio. Dove c’è l’amore la morte non può dividere”.
[continua]

video
21 agosto 2013 | Uno Mattina | reportage
I Fratelli musulmani piegati dalla piazza e dai militari
Sull'Egitto i grandi inviati sono rimasti infatuati dai Fratelli musulmani duramente repressi, ma gran parte degli egiziani non stava più con loro e non li considerava delle vittime

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10 febbraio 2016 | Sky Tg24 | reportage
Il caso Regeni
I misteri di un'orribile moret al Cairo. I suoi supervisori dell'università di Cambridge lo avevano messo in guardia sui rischi che correva?

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23 febbraio 2016 | Porta a Porta | reportage
Il caso Regeni
Un video, denunce pubbliche dei pericoli per gli studenti in Egitto e scritti militanti mostrano un altro volto dei referenti accademici inglesi di Giulio Regeni. Non sono solo professori universitari, ma attivisti contro il regime egiziano oppure erano a conoscenza dei rischi della ricerca al Cairo dello studente friulano. Lo rivela il numero di Panorama in edicola con un titolo forte: “Le colpe dei docenti di Cambridge”.

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radio

07 aprile 2016 | Zapping Rai Radio 1 | intervento
Egitto
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Le referenti accademiche di Regeni sono protette da un insolito tabù mediatico e governativo. In realtà proprio il ruolo delle docenti di Cambridge potrebbe indirizzare verso il movente dell’orribile fine del giovane ricercatore. Maha Abdulrahaman, la sua tutor di origini egiziane, l’11 giugno dello scorso anno aveva tenuto una conferenza sui “Diritti umani in Egitto” a Cambridge nella sede di Amnesty international, che ha lanciato la campagna “verità per Giulio”. La conferenza denunciava le “forme di repressione contro giornalisti, studenti, attivisti, lavoratori e cittadini ordinari”. Pur conoscendo bene i pericoli ha controfirmato l’analisi del rischio presentata da Regeni all’università per poter andare al Cairo. La sua sodale, Alexander, ha storto il naso contro la “tardiva” presa di posizione britannica: “Quando un dottorando viene torturato ed ucciso i ministri sembrano riluttanti a dire qualcosa di critico sulle autorità egiziane”. In ottobre con Regeni al Cairo, grazie ai suoi contatti, la docente di Cambridge pubblicava un’analisi proponendo l’alleanza fra gli attivisti di sinistra ed i Fratelli musulmani “capace di farla finita con il regime del generale” Al Sisi, presidente egiziano. Il 25 ottobre firmava un appello contro la visita del capo dello stato egiziano a Londra, poi pubblicato su Ikhwanweb, il sito ufficiale dei Fratelli musulmani. Il 4 novembre con Regeni sempre in prima linea al Cairo arringava la piazza a Londra bollando Al Sisi come “un assassino” sollevando l’entusiasmo e lo sventolio delle bandiere della Fratellanza. Il tutto immortalato in un video, che non può essere sfuggito ai servizi inglesi ed egiziani. Alexander fin dal 2009 è in contatto con Maha Azzam, presidente dell’Egyptian Revolutionary Council, il governo ombra dell’opposizione ad Al Sisi con sede a Ginevra. La Farnesina non ha mai voluto commentare questa parte, inquietante ed ambigua, del caso Regeni, che potrebbe portare al movente del delitto.

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15 febbraio 2016 | Zapping Radio uno | intervento
Egitto
Misteri e sospetti sulla morte di Regeni
Ospedali Bombardati in Siria.Non si fermano i raid:Germano Dottori analista strategicoLuiss,Gastone Breccia esperto Medio Oriente,Loris De Filippi presidente MSF. I misteri ed i sospetti sulla morte di Regeni:Fausto Biloslavo.

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